(VIDEO) Covid, Pace: “Green pass per bar e ristoranti, decisione politica”

“Il green pass per accedere a bar, ristoranti al chiuso, cinema, palestre ed eventi? E’ una scelta politica, una limitazione alle scelte personali che nelle nostre democrazie occidentali non si è mai visto, anche se voglio sottolineare che non ci sono scusanti per non fare il vaccino, a meno di difficoltà organizzative dalle Asl, criticità nell’organizzarsi per il cittadino o comprovata impossibilità sanitaria a ricevere la somministrazione”. Lo afferma Francesco Pace, presidente di Siplo, la società italiana di psicologia del lavoro e dell’organizzazione, oltre che docente di psicologia del lavoro all’università di Palermo.

“È chiaro però che questa è una decisione per spingere a fare il vaccino ma va rivista l’organizzazione a valle del lavoro proprio per non prestare il fianco a chi ritiene che questa sia solo e unicamente una decisione coercitiva per limitare la libertà dell’individuo- sottolinea il presidente di Siplo- In queste ore il governo lavora all’obbligatorietà del green pass, ovvero la somministrazione di almeno una dose di vaccino o un tampone negativo, in vigore dal 5 agosto, per accedere a bar, ristoranti al chiuso e se si mangia al tavolo, ma anche per palestre, cinema, teatri, musei, centri sportivi, eventi. Ma chi controllerà se il cittadino avrà il green pass e come potrà il ristoratore verificare che sia realmente suo?” “Servirà dare chiare indicazioni su chi e come controlla il certificato verde, lavorare sul livello di responsabilizzazione e lo Stato, in questo, dovrebbe avere l’assertività di rivolgersi alle Regioni affinché creino le condizioni perché le persone possano vaccinarsi. Meglio sarebbe posticipare di qualche giorno e fare in modo che le Regioni siano pronte su questo”, conclude Pace.

“Per il telelavoro forzato, c’è da precisare, non c’è stato un accordo tra datore di lavoro e lavoratore, bensì quest’ultimo ha dato il suo consenso. L’accordo sarebbe stato smart – Pace sottolinea quanto lo smartworking all’italiana abbia generato difficoltà, per parlare pertanto di rientro al luogo di lavoro da remoto, serve partire da alcune considerazioni -. Gli studi sul ‘technostress’, soprattutto anglosassoni, parlano di decisional attitude: laddove lo stress psicofisico è molto forte, viene compensato e attutito da grande discrezionalità di tempi e luoghi, ovvero lo smart-working”, spiega il presidente Siplo. “Il problema nasce nel momento in cui siamo all’inizio della carriera, non abbiamo forza contrattuale e ci viene chiesto di essere flessibili, magari lavorando in orari extra o notturni, questo non viene compensato, non c’è nulla di smart in questo. E qui entra in gioco la disaffezione di tornare al luogo di lavoro, un paradosso: si è confusa la capacità produttiva e di carico del lavoro di un individuo. Un lavoratore non è una macchina- spiega Pace- se gli viene chiesto di compiere un’azione dall’impatto psicofisico importante e non gli si fornisce una spiegazione, meglio ancora non lo si coinvolge e non lo si rende consapevole e partecipe, che lavori da remoto o sul luogo di lavoro la disaffezione è assicurata”. “Ecco, cosa hanno fatto i datori di lavoro affinché non si creasse questa situazione? Cosa hanno risposto al lavoratore che ha chiesto ‘per quale ragione dovesse sobbarcarsi un impegno gravoso non per la fatica fisica ma per lo stress psicologico?’- chiede retoricamente Pace- Una risposta costruttiva da parte del datore di lavoro nei termini che ho anzidetto consentirebbe al lavoratore di tornare al luogo di lavoro perché si sente sicuro come, anzi meglio, di quanto si senta nel ristorante. Serve rivedere- spiega Pace- i rapporti con il luogo di lavoro, creare nuovamente l’affezione. Alcune organizzazioni, sia nel pubblico che nel privato, hanno iniziato a farlo”.

“Se vi sentite sicuri di andare al ristorante allora potete tornare in ufficio”. Lo ha detto James Gorman, il CEO di Morgan & Stanley, a proposito del rientro dallo smart-working. Una “chiara provocazione” per Francesco Pace, docente di psicologia del lavoro all’università di Palermo e presidente di Siplo, la società italiana psicologia del lavoro e dell’organizzazione che, interpellato dalla Dire, spiega come il ritorno nel luogo di lavoro, quindi la fine dello smart-working che per alcuni è già arrivata e che dispiegherà la sua forza tra qualche mese, variante delta permettendo, riapre una questione più grande. “Il problema deve essere affrontato tenendo conto che ci sono lavori che precludono il lavoro a distanza e serve riflettere su quanto sia realmente smart il lavoro che invece alcuni impieghi, sia nel pubblico che nel privato, consentono di fare- spiega Pace- Il paradosso dell’ad Gorman tocca una questione delicata: la paura del Covid e la disaffezione per il luogo di lavoro si incrociano e non si riesce a distinguere dove finisce l’una ed inizia l’altra. Le persone che sentono una forte appartenenza al lavoro e hanno un ruolo riconosciuto rispetto alle competenze sentono con grande equilibro di rispondere o meno al ritorno al luogo di lavoro. È quindi naturale, conseguente, immaginare forme di coinvolgimento del lavoratore che diano senso alla parola smart-working. Al tempo stesso però, spesso perché di smart, dell’intelligenza del lavoro da remoto, c’è davvero poco”, afferma il presidente di Siplo. “Lo smart-working in quanto tale dovrebbe far leva sul coinvolgimento individuale e creare una responsabilizzazione del lavoratore, dove il datore di lavoro lascia un po’ le briglie sui tempi e sui luoghi e stabilisce insieme al lavoratore gli obiettivi raggiungibili. Insieme però, non dall’alto verso il basso”, precisa Pace. “Lo smart-working all’italiana invece è, per la maggior parte, un telelavoro, ovvero lo svolgimento del proprio lavoro a distanza. Il telelavoro forzato è oggetto di studio nella psicologia del lavoro: il tema della sovrapponibilità tra luoghi di lavoro e di vita privata ci induce a parlare di technostress proprio perché c’è una pervasività costante e continua, dove la tecnologia ha aiutato a salvare alcuni profili professionali durante la pandemia, ma ha anche posto la questione della non volontarietà di scegliere il lavoro a distanza. Così come la non volontarietà di lavorare da casa per le difficoltà di svolgere la propria mansione per ragioni di spazi. Tutto questo ha portato i più ad esprimere una fatica quotidiana fatta di riunioni che ci hanno inseguito in qualsiasi posto, tanto che molti, pur non essendo ancora tornati in ufficio, sono più stanchi nel lavorare a casa come mai è capitato loro”, mette in guardia il presidente di Siplo.

(Org/ Dire)

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