Violenze carcere SMCV, colpi manganello a detenuto in sedia a rotelle: in un video condotte inumane ad altri detenuti

Manganelli detenuti illegalmente dal personale della polizia penitenziaria e utilizzati sistematicamente per percuotere un numero considerevole di detenuti. I colpi venivano inferti anche con violenza nei confronti di quasi tutti i reclusi nel reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). A riprendere questi atti le immagini di videosorveglianza posizionate nell’istituto e sottoposte a sequestro l’11 aprile 2020, cinque giorni dopo le presunte violenze avvenute nel penitenziario su cui sono in corso indagini della procura sammaritana. Gli atti di violenza si sarebbero prolungati per circa quattro ore nel pomeriggio del 6 aprile, con pratiche che la procura definisce “violente, indegne, degradanti e inumane” e messe a punto esclusivamente a fini “punitivi o dimostrativi”.

CORRIDOIO UMANO AGENTI. VITTIME COSTRETTE A INGINOCCHIARSI E PERCOSSE – Con l’acquisizione dei video, nonostante tentativi di “ritardare – si legge in una nota diramata dalla procura – o impedire l’acquisizione delle immagini” e “ostacolare il regolare svolgimento delle operazioni”, è stata accertata “in modo inconfutabile” la dinamica violenta, degradante e inumana che aveva caratterizzato l’azione del personale impiegato nelle attività, persone tra l’altro difficilmente riconoscibili perché munite di dispositivi di protezione individuale ma anche di caschi antisommossa, oltre che di manganelli e di un bastone. Tutti i detenuti del reparto Nilo, con esclusione soltanto di una sezione, erano stati portati dalle loro celle in altre sale: il personale di polizia penitenziaria aveva formato un “corridoio umano” al cui interno erano costretti a transitare indistintamente tutti i detenuti dei singoli reparti, ai quali venivano inflitti un “numero impressionante – fa sapere la procura – di calci, pugni, schiaffi alla nuca e violenti colpi di manganello, che le vittime non riuscivano in alcun modo ad evitare”.

Alle violenze si sono unite pratiche volutamente umilianti: gli agenti avrebbero anche costretto i detenuti a inginocchiarsi sotto i colpi sferrati con il manganello, con calci, pugni, schiaffi e perfino prolungati pestaggi, durante i quali “i detenuti sono stati accerchiati e colpiti da un numero esorbitante di agenti, anche quando si trovavano inermi al suolo”. Le percosse, volutamente violente, hanno lasciato segni sui detenuti: sulla base delle consulenze medico-legali disposte dal Pm su 15 reclusi, a distanza di circa 10 giorni dall’evento, si evidenziavano ancora ecchimosi violacee su varie parti del corpo. Accertati anche traumi psichici. La procura parla di “condizioni di estrema prostrazione psicologica e di vero e proprio terrore nei riguardi dei loro carcerieri, elemento quest’ultimo attestato dalla estrema ritrosia manifestata nella proposizione di denunce o querele, di fatto presentate solo da una sparuta minoranza delle vittime”. Ma non è tutto. Ai detenuti era stata rasata la barba e gli erano stati tagliati i capelli. Pratiche disumane erano emerse anche in una perquisizione operata il 9 aprile 2020, tre giorni dopo i fatti. Alcuni detenuti non avevano ricevuto biancheria da bagno e da letto, né lenzuola o cuscini. Alcuni ristretti non erano stati visitati e comunque non era stata prescritta loro alcuna terapia, benché presentassero evidenti ecchimosi e contusioni. Impediti anche i colloqui telefonici con i familiari, all’oscuro dello stato di salute dei loro cari.

EPISODI PRESUNTE VIOLENZE RIPRESI DA TELECAMERE VIDEOSORVEGLIANZA – Un calcio ai glutei, poi lo stesso detenuto viene spintonato e preso a manganellate, colpito alle spalle da due agenti. Sono le 16:21 del 6 aprile 2020, giorno in cui sono scattate perquisizioni e violenze nei confronti di alcuni reclusi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), ipotesi al centro di un’indagine della magistratura sammaritana. Le telecamere di videosorveglianza, i cui estratti sono contenuti nell’ordinanza firmata dal Gip che ha disposto l’esecuzione di 52 misure cautelare nei confronti degli indagati, hanno ripreso alcune delle scene avvenute nel penitenziario. Alle 16:40 un altro pestaggio: stavolta un agente della polizia penitenziaria in tenuta antisommossa colpisce ripetutamente con un manganello un detenuto su una sedia a rotelle. Altri, ancora, sono colpiti con schiaffi in pieno volto o alla nuca, costretti ad abbassare la testa. Un detenuto viene perfino accerchiato da sette agenti prima di essere colpito con un manganello, un altro viene invece afferrato per la t-shirt e trascinato a terra.

292 DETENUTI PERQUISITI, AGENTI VOLEVANO DARE UN SEGNALE FORTE – Due proteste, la prima il 9 marzo 2020 contro la restrizione dei colloqui personali imposta per contenere la diffusione del Covid-19, e la seconda il 5 aprile, in pieno lockdown, con i ristretti nel reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) preoccupati per la notizia che un detenuto era risultato positivo al Covid-19. Una lunga protesta, quest’ultima, con i detenuti barricati fino a sera, ma rientrata nello stesso giorno. È il 6 aprile, all’indomani della ribellione dei detenuti, il giorno in cui viene organizzata una perquisizione straordinaria e generalizzata, nei confronti della quasi totalità dei detenuti (292 persone) del reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere, intervento operato da circa 283 unità, personale del penitenziario di Santa Maria Capua Vetere ma anche del gruppo di supporto agli interventi, istituito alle dipendenze del provveditore regionale per la Campania. È su quanto avvenuto nell’ambito di quella ‘perquisizione’ che si concentra l’inchiesta della procura sammaritana. L’ipotesi è che la perquisizione sia stata posta in essere a scopo “dimostrativo, preventivo e satisfattivo”, finalizzato a recuperare il controllo del carcere, e “dare il segnale minimo per riprendersi l’istituto, motivare il personale dando un segnale forte”. La perquisizione era stata eseguita “senza alcuna intenzione di ricercare strumenti atti all’offesa” scrive la procura, spiegando che, per la quasi totalità dei casi, dalle immagini degli impianti di videosorveglianza era emersa “un realtà caratterizzata dalla consumazione massificata di condotte violente, degradanti e inumane, contrarie alla dignità e al pudore delle persone recluse”.

(NAC/DIRE)

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