La Storia di Aversa. La vecchia Cappella del Rosario detta anche “Abbascio ‘e cucciulelle”

Ci sono dei posti in cui ti intrufoli e posti in cui non riesci proprio ad entrare, tutto ciò non dipende dalla presenza di porte, ma dalla presenza di un muro chiamato “paura”, quella che non ha chiavi, quella che non ha appigli, quella che ha preso il posto di comando migliore.

Anche Aversa aveva un luogo del genere, stiamo parlando della vecchia Cappella del Rosario che si trova nel cimitero, meglio conosciuta dagli aversani come: ”Abbascio ‘e cucciulelle”.

Ormai l’intero complesso è stato totalmente ristrutturato perdendo quell’alone di mistero che lo ha avvolto per secoli. L’aversano, come il napoletano, ha sempre avuto un rapporto amichevole con la morte, come per esorcizzarne il senso. Ecco che nasce il culto delle testoline di morto ”le cucciulelle” appunto, che si potevano ”adottare”, un segno di speranza nella possibilità di un aiuto reciproco tra vivi e morti.  Si pregava l’anima per alleviare le sue sofferenze in Purgatorio creando un vero e proprio rapporto di reciprocità. Se le grazie venivano concesse, il teschio veniva onorato con ceri e orazioni, proprio come si faceva nel famoso Cimitero delle Fontanelle a Napoli. Le parole non bastano per descriverne la teatralità e insieme l’aura mistica e suggestiva di questa sorta di anticamera dell’oltretomba che si sviluppava su tre piani. Scesi verso il basso,  lo scenario era da brividi. Il pavimento era costituito da terra battuta, tutt’intorno nicchie scoperte e vecchi loculi da dove sporgevano ossa e resti umani, sulla sinistra, poi, il velo di una vergine,  morta qualche giorno dopo il matrimonio. Sullo sfondo, in bella vista, delle nicchie protette da sottilissimi vetri che custodivano gli scheletri di coloro il cui nome ormai era dimenticato da secoli. Bastava intrattenersi qualche minuto in questo luogo per farsi mancare per un po’ il respiro per poi ritornare sulla terra!

C’era chi, però, non si lasciava impressionare da questa atmosfera lugubre. Infatti, una vecchietta di nome Nannina che abitava nei pressi del Lemitone, tutti i giorni consolava le anime recandosi dal mattino per poi andare via la sera, recitando il rosario e accendendo qualche lumino per conto di terzi. Quando scendeva, era solita pronunciare queste parole: ”Me arraccummanno, nun me facite mettere paura!” quasi ad instaurare un colloquio spirituale, e quando non poteva recarsi al cimitero, da casa sua gettava dell’acqua sul basolato dicendo: ” Refrisco all’anema d”o Priatorio” (refrigerio alle anime del Purgatorio).

Numerose sono le leggende e le apparizioni che avvolgono questo luogo, tra queste c’è n’è una molto particolare. Si narra che, non molti anni fa, una signora che gestisce ancora un’attività in Via E. Corcione, aquistò una nicchia che era in vendita nella suddetta cappella, davanti alla quale accese un cero che pagò 1200 lire, il loculo, però, non ancora era stato ripulito e ospitava le spoglie di un uomo morto chissà da quanto tempo.

Passò qualche giorno, e  al negozio della donna di presentò un uomo dall’aspetto enigmatico che disse: ”Grazie per il cero, queste sono le 1200 lire, te le restituisco” e poi andò via. Suggestione? Immaginazione? Non lo possiamo dire.

Eduardo De Filippo diceva: ”I fantasmi non esistono. I fantasmi siamo noi, ridotti così dalla società che ci vuole ambigui, ci vuole lacerati, insieme bugiardi e sinceri, generosi e vili!”

Luigi Cipullo

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