La mediazione familiare quale strumento di riorganizzazione delle relazioni familiari

Nasce nel 2005 l’evento mondiale volto a promuovere la cultura della mediazione e della risoluzione dei  conflitti in un’ottica di comprensione e di tolleranza. Ogni terzo giovedì del mese di Ottobre, quest’anno il  quindici esattamente, si celebra la giornata mondiale della mediazione per procedere nella cultura  dell’accettazione e del confronto nelle differenze, al fine di coglierne e valorizzarne le risorse.

Pertanto, cos’è e in quali casi si può ricorrere alla mediazione familiare? A queste domande rispondono la  dott.ssa Apollonia Reale, Pedagogista Clinico, e il dott. Emilio Di Fusco, Assistente Sociale, entrambi  specialisti in mediazione civile, familiare e dei conflitti.  

“In prima istanza, è fondamentale chiarire che la separazione coniugale rappresenta un momento di  transizione, in cui avviene una riconfigurazione dei legami familiari e intergenerazionali. Spesso è  accompagnata da un blocco dei flussi comunicativi tra i coniugi e da modalità di cattiva gestione del conflitto  che possono innescare, nei casi peggiori, fenomeni di triangolazione patologica che vedono il coinvolgimento  dei figli. La separazione può, inoltre, mettere a rischio la continuità intergenerazionale, anche perché gli  oggetti del conflitto coniugale sono spesso ambiti della trasmissione tra le generazioni: riguardano l’ambiente  in cui devono crescere i figli, la loro educazione, i rapporti con la famiglia estesa e la distribuzione dei tempi  dedicati alle relazioni con i genitori. È dunque un fenomeno complesso che mette a dura prova le capacità  della coppia genitoriale di negoziare accordi condivisi. La mediazione familiare può rappresentare uno  strumento efficace di accompagnamento nella transizione, che permette la ricerca di modalità più efficaci di  gestione del conflitto. Esistono diverse definizioni di mediazione familiare, a seconda dell’ambito di  applicazione e dei diversi approcci teorici di riferimento. La prima definizione di mediazione familiare messa  a punto in Europa, è quella fornita nel 1990 dalla Association pour la promotion de la médiation familiale (APMF). Secondo l’associazione: ‘La mediazione familiare, in materia di divorzio o di separazione, è un processo in cui un terzo, neutrale e qualificato, viene sollecitato dalle parti per fronteggiare la riorganizzazione  resa necessaria dalla separazione, nel rispetto del quadro legale esistente. Il ruolo del mediatore è quello di  portare i membri della coppia a trovare da sé le basi di un accordo durevole e mutualmente accettabile.  Tenendo conto dei bisogni di ciascun componente della famiglia e particolarmente di quelli dei figli in uno  spirito di corresponsabilità e di uguaglianza dei ruoli genitoriali’. I membri della coppia non di rado incontrano  difficoltà nel gestire la crisi relazionale e l’elaborazione della rottura del legame coniugale, allora accuse e  rancori prendono il sopravvento sulla razionalità e il desiderio di un confronto costruttivo. In questa  situazione la coppia perde le capacità di comunicazione e cade in uno stato di continuo fraintendimento. La mediazione diviene quindi uno strumento per valorizzare le componenti positive e creare un ponte di  comunicazione, evitando la cronicizzazione delle situazioni di conflitto e la delega a soggetti terzi dell’esito  degli accordi. Più specificamente, nella mediazione l’obiettivo è restituire alla coppia il potere di gestire il  proprio conflitto, facendo riemergere quelle capacità che sono state sopraffatte dalla rabbia e dal dolore  della perdita. Contrariamente al processo giudiziale, l’esito degli accordi non dipende dall’abilità degli  avvocati nel convincere il giudice, ma è in mano alla coppia stessa, così come avveniva quando la coppia stava  assieme. Il ruolo del mediatore si inserisce però in un contesto strutturato e tutelato. Il mediatore familiare,  infatti, deve essere super partes, nel senso che non deve avere nessun legame con le parti ed essere  equidistante da entrambi i partners, solo in questo modo potrà garantire l’effettiva restituzione dei poteri  decisionali alla coppia. Affinché questo processo produca i risultati sperati il mediatore deve aderire a una  serie di principi, necessari per la valorizzazione delle parti e il riconoscimento delle reciproche competenze. Prima di tutto la mediazione deve essere un percorso volontario, non può perciò essere un intervento forzato.  La volontarietà è elemento fondamentale dato che a fare la contrattazione è la coppia stessa e per arrivare  a un accordo è necessaria la volontà di raggiungerlo. In questo percorso, il mediatore deve mantenere  neutralità e imparzialità, concetti collegati all’equidistanza, cioè al riporre la stessa attenzione a entrambe le  parti.

Nel corso della mediazione vi è una focalizzazione sul futuro anziché sul passato e vengono raccolte solo le  informazioni passate che hanno rilevanza nel presente.

Il mediatore, inoltre cercherà di porre enfasi sugli interessi comuni piuttosto che sui diritti individuali,  favorendo un risultato win-to-win anziché win-to-lose, i figli e la volontà di crescerli al meglio rappresentano  l’elemento comune per eccellenza, oltre a ciò devono essere presi in considerazione i bisogni di tutti gli  interessati, compresi i bambini, che rappresentano la parte più debole del sistema.

Come ha affermato Irene Bernardini, Psicologa e Psicoterapeuta, prematuramente scomparsa nel 2016 e alla  quale questo articolo vuole rendere omaggio:

‘l’obiettivo sostanziale del lavoro di mediazione, mancando il quale ogni decisione e accordo rischia di avere  vita breve e stentata, è che i genitori riescano a ripristinare un canale di comunicazione tra loro che consenta,  nel presente e nel futuro, il costituirsi di una sorta di zona franca, di area della relazione sgombra dal conflitto,  in cui insediare e alimentare la necessità e la possibilità di occuparsi insieme dei figli malgrado il disgiungersi  delle storie personali’.

Solo con la costruzione di questa zona franca il figlio potrà sentirsi libero, senza sensi di colpa o conflitti di  lealtà, di mantenere relazioni significative con entrambe le generazioni che l’hanno preceduto e di cui, in qualche modo, è il frutto.”

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