Tursi. Dossier preti gay, Mangiacapra: “Bene scuse Mons. Orofino: questi sono segnali positivi”

Francesco Mangiacapra, autore prima del libro “Il Numero Uno – Confessioni di un marchettaro” e poi del dossier indirizzato alla curia contenente un increscioso catalogo di preti gay, continua a parlare e a far parlare anche all’estero: questa settimana è protagonista di interviste in Germania sul settimanale Stern e nella trasmissione Brisant della tv di stato ARD.

E alle dichiarazioni del vescovo di Tursi-Lagonegro, replica:

«Accolgo con piacere e soddisfazione il mea culpa di mons. Orofino: sono questi i segnali positivi da quella parte integra della Chiesa a cui il mio dossier era rivolto, e che esso intendeva tutelare e non vilipendere. Finalmente un vescovo che si assume la responsabilità etica e morale dell’istituzione che rappresenta, non più un patetico scaricabarile da politicante corrotto. Solo qualche mese fa il vescovo Spinillo della Chiesa di Aversa aveva dichiarato che una persona che si prostituisce non può avere credibilità. Ognuno fa il suo gioco ma capita che qualche volta un gigante inciampi in una formica: la  plausibilità negatami, mi viene oggi restituita da un vescovo che finalmente non punta il dito contro chi ha il coraggio di tirar fuori delle verità ma contro chi quelle verità le ha celate per troppo tempo. Sono sicuro che non servirà che io faccia altri nomi e che io produca il resto del materiale che tengo nel cassetto, perché finalmente la mia azione ha aperto un dialogo. Non bastano però le lacrime sul latte (e non soltanto latte) versato: ciò che ha evidenziato il mio dossier è la causa e non l’effetto di un cancro interno alla Chiesa che non si esaurisce con delle giustificazioni ma con un’attenta presa di coscienza che non può prescindere da provvedimenti tangibili. Esiste una falla nell’identità della Chiesa, da cui essa ha assorbito e continua ad assorbire avidamente, gran parte della sua credibilità sociale. È un gioco sottile, quanto efficace e invisibile che determina e accresce il divario tra chi crea le regole e chi le segue. Il cancro che vessa la Chiesa oggi non è l’omosessualità di molti preti bensì l’autenticità della loro vocazione, e l’intento del mio dossier era evidentemente quello di offrire l’occasione a queste persone di riscattare quella libertà che non hanno trovato il coraggio di concedersi. La eventuale riduzione allo stato laicale dovrebbe essere considerata per loro non una punizione bensì un’opportunità per vivere serenamente la propria vita. Una tranquillità che ho tentato di donare loro, nell’idea che nella vita o si è felici o si è complici della propria infelicità: ciò che mi ha mosso è una ribellione di fondo, non moralistica ma profondamente umana, all’impunità e alla falsità di personaggi capaci di scendere ai livelli più bassi della depravazione pur mantenendo sempre una facciata pulita e onorata con cui permettersi di giudicare pesantemente gli altri. Mi piace pensare che i preti del mio dossier non siano anime da salvare ma solo cuori e menti da liberare: fondamentalmente il mio lavoro di gigolò è simile a quello dei preti, solo più scrupoloso. E a queste persone ho voluto vendere dignità e trasparenza: la dignità delle puttane che col denaro si tengono lontane dalle miserie dell’anima altrui, e la trasparenza di un santo che ha fatto della libertà il suo vessillo, l’aura suprema, perché pochi come me sanno essere onesti con se stessi nel realismo della vita».


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